martedì 12 febbraio 2013

Arabesques de l'amour



Arabeschi di nuvole
si aprono all'azzurro,
disegni come favole,
parole che sussurro
a mari in tempesta
nei giorni di festa:
burrasca d'emozioni
e timide effusioni.

Arabeschi di capelli
arruffano pensieri,
confusi e ribelli
tracciano sentieri
di polvere di stelle,
di giochi e caramelle,
in fondo un bagliore
m'illumina d'amore.

Arabeschi perfetti
ricamati dal destino
con abili uncinetti
e un fine sopraffino.
A una donna di cuori
un fante porge i fiori:
«Di Luna sei il mio raggio,
del Sol ti rendo omaggio».

DOC

giovedì 7 febbraio 2013

Cronache da una vera crisi


"La crisi di oggi è la barzelletta di domani"
H.G. Wells
Jonas Simond, Berna. - «Questa mattina mi sono alzato prima del sole, come sempre si addice ad un bravo mungitore. Non avrei mai potuto immaginare che sarebbe stato un giorno così diverso dagli altri... Quando i colleghi mi hanno confermato, da varie parti del mondo, che non ero l'unico ad avere un problema, non ho potuto che prenderne atto. Più tardi la notizia è stata ufficializzata: d'improvviso, tutte le vacche, le capre e le pecore del pianeta hanno smesso di dare il loro latte.»

Prof. Zapotec, Topolinia. - «Io credo che sia la sfida più dura che sia mai capitata al genere umano. E non sono neanche certo che riusciremo a vincerla: trovare una spiegazione a questo fenomeno potrebbe non rientrare nelle nostre capacità logiche e conoscitive. Da quest'oggi il metallo rifiuta di fondersi alle alte temperature, e questo è un dato di fatto. Se non troveremo in fretta un rimedio, le conseguenze saranno a dir poco devastanti.»

Antonio Basile, Taranto. - «Faccio il pescatore dall'età di 9 anni. Ammetto di non essere tra i massimi esperti del mestiere, ma posso dire di conoscere piuttosto bene il mare e i suoi "prodotti". Ebbene, io credo che stia arrivando la fine di tutto... Perchè nelle mie reti, oggi, non ho trovato neanche una minuscola sardina.»

Dal nostro inviato in Australia. - «Bianco. Tutto bianco: gli alberi, i fiori, le colture... tutto assolutamente bianco e privo di vita vegetale. Pare che la colpa sia di un batterio sconosciuto che si è diffuso in poche ore su tutto il pianeta e che è stato già battezzato "ash" (cenere), per le condizioni con cui si presentano i vegetali contaminati. I maggiori biologi della Terra sono impegnati in una disperata corsa contro il tempo, ma la psicosi di una "maledizione ultraterrena" serpeggia già nell'immaginario collettivo.»


Mi spiego meglio. Vi risulta che le mucche abbiano indetto uno sciopero ad oltranza, lasciandoci a secco di latte? O che il ferro possa improvvisamente restare indifferente al calore? O ancora che i pesci abbiano smesso di riprodursi e gli orti si siano tramutati in giganteschi posacenere?
Se la risposta è "sì", significa che mi sono perso qualcosa. Se la risposta è "no", converrete con me che la crisi economica in atto non trova giustificazioni plausibili.

Lo scempio delle risorse del nostro pianeta non deve passare per una giustificazione, altrimenti è davvero la fine. Il latte è fatto per essere bevuto: non si può usarlo per farsi il bagno come Poppea e poi, al giorno dopo, rimpiangerlo a colazione. Non si può fondere il metallo per plasmare armamenti e poi lamentarsi se mancano le posate in cucina. E ai maiali che s'ingozzano di prelibato sushi, vorrei ricordare che se sulla tavola dei loro figli mancherà il tonno, sarà proprio a causa loro. Insomma, Adamo avrà pure morso quella dannata mela (Eva la stanno ancora interrogando come persona informata sui fatti); ma questo non ci autorizza ad ingoiarcela buccia e torsolo.

Una miscela di cupidigia e stupidità ("stupidigia"), i cui effetti non si possono e non si devono bollare come "crisi", quasi che ci siano piovuti da un Cielo avverso. Una volta fatta ammenda, come correre ai ripari (semprechè siamo ancora in tempo)? Intanto, chi ha ancora quei quattro semi rimasti in gola, li risputi: non è molto, ma sarebbe una ripartenza, soprattutto se reimpiantati strategicamente nel sistema e coscienziosamente annaffiati. E poi basta con questa folle corsa, che quando abbiamo esaurito la Red Bull siamo costretti a frenare: cosa c***o andiamo a spendere soldi su Marte se ancora non riusciamo a permetterci la Terra? 

DOC

venerdì 1 febbraio 2013

Lo zio di Philip



Chiuse la portella dell'auto ben parcheggiata, attivò l'antifurto ed entrò nel portone del vecchio palazzo del centro storico. In attesa dell'ascensore, affinava mentalmente il saluto che avrebbe rivolto alla sua bella al rientro a casa. Poco dopo, la battuta: - Ciao, piccola. Sai che tutto il giorno non ho atteso altro che ritornare da te?
Quindi proseguì, accostandole le labbra: - Eccoti il mio bacio. Ma tu... non hai ancora mangiato, mi hai aspettato fino a quest'ora. Lascia stare, ci penso io. Stai comoda, sarai stanca... un'intera giornata qui tutta sola. Preparo un drink e ti porto subito qualcosa. Ecco... un analcolico per la mia adorata moglie ed un bel bicchiere di doppio malto che scalda le vene per me. A noi, mia cara.
Anthony Jingles, 49 anni, lavorava in una sede della "Ocelot", agenzia di viaggi internazionale, distante più di 30 miglia dalla sua abitazione. Per la pausa pranzo era solito approfittare di un fast-food a due isolati dal suo ufficio, dove ogni giorno poteva trovare un pasto caldo ad un prezzo abbordabile. La sera, invece, il più delle volte si tratteneva al lavoro per gli straordinari, che gli valevano un buon arrotondamento di stipendio a fine mese, e malgrado la sua giornata lavorativa si protraesse più a lungo, lui preferiva così, perché voleva essere sicuro di poter tenere fede economicamente alle proprie promesse. L'appartamento che condivideva con la sua amata non aveva ancora finito di pagarlo, e poi voleva garantire al suo unico nipote un futuro dignitoso, versando mensilmente una piccola quota nel conto bancario a lui dedicato.
Liz, l'affascinante donna di Seattle con cui aveva convissuto fino a pochi mesi prima, nei vent'anni che gli era stata accanto aveva prosciugato tutti i suoi averi per poi abbandonarlo in un mare di debiti e senza neanche donargli la gioia di un figlio. Ne era seguito un forte esaurimento nervoso, che ora Anthony arginava grazie ad una terapia di farmaci.
- Ecco il caffè, tesoro, ma solo una goccia, non vorrei ti facesse male. Prendo un'altra birra per digerire gli hamburger e sono da te. Oggi è venerdì, tra poco comincia il telefilm che ti piace tanto. Mi sento benissimo, stasera, sai? Sono stanco, ma ho tutto quello che potrei desiderare: una graziosa compagna, un letto caldo che mi aspetta, e domani posso anche alzarmi più tardi. A proposito, oggi mi ha telefonato Jeremy: dice che Philip domani viene a pranzo da noi. Tranquilla, penserò io a tutto, dall'antipasto al dolce. Voglio bene a quel ragazzino come ad un figlio, e anche se ha ancora 9 anni non deve mancargli nulla.

L'indomani, a mezzogiorno...
- Ciao, zio!
- Philip! Giovanotto, come va? Dammi un bacio. Tutto bene, campione?
- Ehm... Bene.
- Uhmmm! Quel «Bene» non mi è piaciuto. Ma vieni, ho preparato gli antipasti. Così mentre il tacchino cuoce parliamo un po'. Prima però dai un bacio alla zia e vai a lavarti le mani.
Poco dopo, a tavola... - Allora, dimmi. A scuola tutto bene?
- Sì, è che...
- Cosa? Avanti, parla. C'è qualcuno che ti dà fastidio?
- Ehm... No. E' che mi hanno assegnato un compito... Devo descrivere la mia famiglia, e vogliono che metta anche le foto dei parenti. Allora ho fatto una foto a mamma e papà, ma adesso...
- Adesso? Che problema c'è? Ce l'hai la macchinetta fotografica?
- Sì, è nello zaino. Solo che...
- Che aspetti? Prendila e andiamo in giardino. Farai una bella foto a me e alla zia. Vedrai che verrà bene. Dai, che poi torniamo a mangiare il dolce.
- Oh... Okay.

Lunedì mattina Philip era in classe insieme ai suoi compagni. Fuori nevicava. Il professor Doyle, lo stesso che gli aveva assegnato la relazione sulla famiglia, aveva appena ritirato i compiti di tutti e li stava esaminando sommariamente ad uno ad uno. Ad un certo punto si fermò, sollevò il capo, si tolse gli occhiali da lettura e si arricciò un baffo fissando Philip con aria perplessa. Quindi si alzò dalla cattedra, raccomandò agli alunni di stare buoni e uscì dall'aula portando con sè il fascicolo dei compiti.
Nell'aula riservata ai docenti, mentre discuteva con un paio di colleghi, il signor Doyle mostrava loro il lavoro del ragazzino. Un attento resoconto ben scritto scorreva in seconda pagina e si interrompeva con una bella foto dei genitori immortalati accanto ad un piccolo albero di Natale. Quindi riprendeva con una breve descrizione del resto della famiglia, questa volta però piena di errori ortografici, che si chiudeva in quarta pagina con una immagine alquanto singolare. La fotografia ritraeva lo zio di Philip, sorridente e teneramente abbracciato ad un bonsai biancospino.

DOC