lunedì 20 gennaio 2014

Far Cry 3, cotto e mangiato


Perchè un pacifista beneducato* come me gioca a "Far Cry 3", completandolo tutto ben due volte? Essere idoneo per un videogioco "PEGI 18"** non mi salva certo dalle contraddizioni... Bisogna che indaghi.

Far Cry 3, prodotto dalla Ubisoft e distribuito in Italia circa un anno fa, rientra nei videogiochi cosiddetti "sparatutto in prima persona" (FPS, First Person Shooter). Definizione di per sè esaustiva, ma non in questo caso: l'unico modo per capire bene di cosa sto parlando è quello di giocarvi, per l'appunto in prima persona; tuttavia non me la sento di consigliarlo, perchè temo che fragili personalità possano subirne le pressioni emotive e psicologiche indotte (penso ai giovanissimi, che del PEGI 18 se ne fanno un precoce baffo, ma non solo).


Mi limito a ragionare ad alta voce, ciò che ascolto scrivo, e vien fuori che se un gioco deve essere innocuo, Far Cry 3 non è un gioco.
Far Cry 3 gioca sporco, è viscido, subliminale, usa il bene contro il male come due fette di pane per un Big Mac radioattivo: farcito di violenza innanzitutto, ma anche volgarità gratuite ed esasperate, patriottismi senza patria, grandi amori spazzolati in fretta per non perdere la concentrazione, attrazioni fatali pericolosamente instillate come uniche evasioni possibili (sesso, droga, poker, caccia all'uomo e all'animale), fino al mero compiacimento per il delitto in sè, elargito in dosi sempre maggiori, come zuccherini per bestie ammaestrate.


Scene ricamate ad arte sostengono una trama a maglie larghe, intrisa della vendetta del protagonista per l'assassinio di suo fratello: il pretesto sfocia rapidamente in una strage sconclusionata e senza mezzi termini, inducendolo a sacrificare brutalmente ogni briciolo di umanità gli sia rimasta. Nessuna via d'uscita, gli autori hanno programmato solo passaggi spietati, per i quali o ti abbandoni alla violenza, o abbandoni il gioco. E quando ormai ci sei dentro vai avanti, una missione dopo l'altra, fino all'ultima, che concede due finali alternativi. Li ho affrontati entrambi, trovandoli piuttosto deludenti in verità. Il problema è che, arrivato a quel punto, il giocatore è talmente addestrato a soffocare le proprie impulsività che nulla più potrà stupirlo. Almeno all'interno del gioco: si spera che una volta spento il PC rientri in possesso di tutte le sue facoltà emozionali, nessuna esclusa, perchè un rimborso non è previsto.

Personalmente, da tempo ho sviluppato una sorta di corazza riguardo ai coinvolgimenti estremi, proposti dai videogiochi con frequenza e aggressività sempre maggiori. Sono ben consapevole che si tratta di simulazione, e che in quanto tale va assorbita separatamente dalla realtà; così mi nascondo, per così dire, dietro le quinte, dove posso osservarli bene da vicino senza il rischio di contrarne le negatività.
Questo meccanismo, con Far Cry 3, si è attivato da subito e si è mantenuto ad alti livelli per l'intero svolgersi del gioco: completare tutte le missioni richiede molto tempo, ore e ore di full-immersion in un turbine di violenza del tutto realistica, forzata da decisioni obbligate che nella vita non prenderei mai neanche in considerazione.

Benchè ignorassi la potenza delle sue "doti ipnotiche", sapevo bene che questo gioco mi avrebbe dirottato su lidi diametralmente opposti al mondo pacifico che vorrei attorno a me. E allora, tornando al quesito iniziale, perchè Far Cry 3 mi ha conquistato? Forse perchè amo le cose fatte bene, e - se volessi esprimermi in stile - direi che Far Cry 3 è fatto dannatamente bene.

Un intero arcipelago tropicale da esplorare, piccolo, ma vastissimo per un essere umano; la sua vegetazione lussureggiante e la fauna ricca di specie, selvaggiamente fuori controllo; i fiumi, le cascate, le profondità marine; spiagge dorate, cime impervie e grotte inquietanti; la forza del fuoco dinamico e l'incombenza delle intemperie; albe, tramonti e notti da sogno...
Non manca nulla: dall'impercettibile lucertolina che scansa i nostri passi, alle relazioni spontanee tra gli indigeni, tutto è riprodotto con cura, competenza e talento a dir poco eccellenti.
Interagiamo con una complessità d'insieme da microcosmo, che tiene conto delle leggi della fisica; gli umani sono abilmente caratterizzati e dotati di una discreta intelligenza artificiale; gli animali si comportano come ci aspetteremmo, così come fedeli sono i suoni della natura; le tre dimensioni, le luci e i colori sono impeccabili. L'esperienza di gioco è piacevolmente fluida, e la nostra libertà di movimento pressochè totale: possiamo correre, nuotare, arrampicarci, saltare, ma anche guidare i più disparati mezzi di trasporto, ciascuno con le proprie peculiarità e con una resa assolutamente credibile.

Aggiungerei che, se mettiamo da parte la violenza fine a se stessa, c'è tutta una serie di attività che stimolano la fantasia del giocatore, ma soprattutto le sue capacità di adattamento e autocontrollo: doversi ingegnare per trovare il modo di uscire vivo dalle varie situazioni, studiare di volta in volta nuove strategie di attacco e di difesa, imparare a sfruttare i passi falsi degli avversari, curare l'inventario, preparare le ricette mediche che ci rinforzeranno, dominare i mezzi di trasporto, gestire le risorse, risolvere rompicapo, confrontarsi con le insidie della natura, e così via.


In definitiva, penso che il saldo sia sufficientemente positivo per giustificare la mia scelta, e posso anche rincuorarmi: sono certo che i miei propositi di pace non corrano alcun pericolo. Eppure, ho come la sensazione che qualcosa ancora mi sfugga... Ma poco importa, so bene che le passioni non si lasciano mai razionalizzare fino in fondo. La verità è che Far Cry 3 racchiude in sè un fascino misterioso, sfaccettato e conturbante come un diamante di peccaminosa bellezza, e se stiamo attenti a non trascinare la sua ombra nella vita reale, possiamo arrenderci senza indugio al suo splendore.

Prima di congedarmi, si rende necessaria una precisazione: qui ho rivelato, in soldoni, nel bene e nel male, solo una piccola parte del totale. Il resto lo lascio scoprire a voi, se vorrete, ma soprattutto se ne avrete il fegato. Per quanto mi riguarda, corro a informarmi se ci sono novità sull'arrivo di Far Cry 4.

DOC


(*) "Pacifista": da prendere con le molle, ovvero senza alcuna connotazione specifica, se non quella articolata nel mio Dna; "beneducato": mi affido al giudizio degli altri.
(**) Pan European Game Information (PEGI) è il metodo valido su tutto il territorio europeo usato per classificare i videogiochi attraverso due distinte fasce d'età e contenuto. "PEGI 18" = Adatto alla maggiore età, questo gruppo implica la descrizione di scene di violenza molto realistiche, a volte così pesanti da indurre sentimenti di disgusto e repulsione. Per violenza si intende non solo la presenza di ferite, mutilazioni e morte di personaggi assolutamente realistici, ma anche l'eventuale presenza di immagini o rumori che possano alterare il normale stato psicologico della persona, provocando sensazioni di paura, angoscia o stress; è inoltre presente una quantità di sangue che spesso si può modificare od annullare grazie a delle opzioni. Il linguaggio può essere estremamente volgare, le scene di sesso possono avere connotazioni esplicite così come l'uso di sostanze stupefacenti. (Wikipedia)

sabato 11 gennaio 2014

Playmobil


Se io fossi un Playmobil direi a quel bamboccio di Ken che non lo invidio per niente: la Barbie sarà anche bella, ma che antipatica! Prima t'invita al pic-nic, poi s'incazza se accendi il Barbiecue e le si scioglie tutto il camper.

Se io fossi un Playmobil non sentirei dolore, quando le critiche mi smontano. Le più taglienti sono proprio quelle dei bambini: tra un palloncino e l'altro ti sferrano pallonetti che neanche Del Piero. Certo, sarei un rischio per i minori di 3 anni di età, perchè sparso in «piccole parti che potrebbero essere ingerite o inalate»; ma a 3 anni e un giorno liberi tutti: manciate di fragranti Playmobil da fargli inzuppare nel latte sono il massimo, per una sana colazione. Soprattutto quando fanno certe osservazioni.

Se io fossi un Playmobil sognerei colline in fiore e limpidi ruscelli, anzichè plastica ovunque. Un po' come gli umani, ma più innocentemente. Sognerei maggiore libertà di scelta, e invece sarei sempre manovrato da piccole mani più grandi di me. Un po' come gli umani, in balìa dei bari al gioco del potere. Sognerei un mondo migliore del negozio di giocattoli, dove tutto ha un prezzo, anche per i bambini poveri. Un po' come gli umani, quando si confrontano con le bollette. Ma ora mi sorge un dubbio: i Playmobil sognano? Temo di no, sono senza cervello. Un po' come gli umani...

Se io fossi un Playmobil sarei sempre a pezzi, e perderei facilmente la testa, malgrado il grottesco e impassibile sorriso eternamente stampato in volto.
Psicologicamente fragile, ma mi farei in quattro pur di far felice il tuo bambino. Pochi componenti, removibili, monoblocco. Ci pensi che bello? Mai più ginocchia sbucciate e gomiti del tennista. Non avrei dita, e un po' mi spiace, ma neanche un naso in cui infilarle. Non ricorrerei al parrucchiere, all'estetista o al dietologo. Sarei perfetto, il pioniere delle protesi al silicone. Maschio, femmina, in ogni caso privo di attributi, e non so se sarebbe meglio: niente pipì e pupù, ma neanche "chupa dance" :-(

Se io fossi un Playmobil mi chiederei come mai su www.playmobil.com appaiono le icone di accesso per Germania (madrepatria), Olanda, U.S.A., Norvegia, Portogallo, Austria, Belgio, Canada, Finlandia, Polonia, Svizzera, Lussemburgo, Regno Unito, Svezia, Francia, Spagna, Grecia, Danimarca... e neanche un accenno all'Italia.
Poi mi domanderei quanti di noi sono stati venduti a caro prezzo al sollazzo dei pargoli del Bel Paese, dagli anni '70 ad oggi. Firma anche tu la petizione: "Per la bandiera italiana su Playmobil!"

Se io fossi un Playmobil sarei prodotto in serie, e i miei cloni sarebbero sparsi in tutto il mondo (Italia compresa). Salvo difetti di fabbrica, saremmo tutti uguali uguali, con annesse crisi d'identità. Ma è proprio vero? Io credo di no. Secondo me ciascuno di noi sarebbe diverso dentro, speciale perchè carico della fantasia ereditata dai bambini con cui ha giocato, in un personalissimo mondo di avventure. Saremmo custodi di quel dono prezioso che gli umani non riescono a trattenere a lungo, distratti da un copione che li vede crescere e morire, dentro prima che fuori. I Playmobil nascono, non vivono, forse muoiono, ma non cresceranno mai.


Se io fossi un Playmobil non starei mai nelle confezioni, sugli scaffali dell'Ipercoop... «starei seduto, fumando una Marlboro, al dolce fresco delle siepi»*.

DOC


(*) Da "Se io fossi un angelo", Lucio Dalla