sabato 25 febbraio 2017

Non bellum, bellis perennis!

Il motto qui sopra è frutto di uno dei miei rarissimi azzardi con il latino: non l'ho mai studiato, escludo che potrà mai assalirmi il desiderio di farlo, ma occasionalmente ci giocherello perché fa tanto figo 😏 Non so nemmeno se la forma sia appropriata, in ogni caso - a meno che non scopra che possa generare equivoci - ormai è coniato. Certo della vostra umana comprensione, passo allo svolgimento.



Riguardo al frutto di cui alla premessa, diciamo subito che in bellum non c'è niente di bello: bellum significa guerra, per cui non bellum = no alla guerra. Invece bellis perennis (bellis = bello / perennis = per sempre) è il nome scientifico delle piccole margherite che sbocciano nei prati tutto l'anno. Potremo ammirarle nel pieno della fioritura con l'arrivo della Primavera, indicandole come Pratolina comune, o Margheritina, o ancora Pratellina, Bellide, Daisy, Lawndaisy, pâquerette, Tausendschön... Ma non divaghiamo: il fiore c'è, il frutto l'abbiamo spremuto, arrivo al succo: «Solo senza la guerra, potrà essere sempre bello!». O qualcosa del genere. Uff! A volte non mi capisco. Che bisogno c'era di prenderla così alla lontana? Bastava una semplice, piccola e tonda parola di due sillabe: Pace! Non è che si debba per forza cantare tutta la "Proposta" dei Giganti... spesso più si è brevi e più si è incisivi. Furbamente, in questi casi, la sintesi perfetta si ottiene mediante un simbolo.



Il simbolo della Pace nacque nel 1958, quando i simboli d'alto valore morale non affogavano ancora in una marea di futili smile ed emoticon. Il disegno originale che vedete qui sopra, ad opera dell'artista Gerald Holtom, fu realizzato nell'ambito della campagna inglese per il disarmo nucleare. Lo stesso nucleare di cui - dal 1945 - conosciamo fin troppo bene la potenza devastatrice; ma la follia non ci ha ancora abbandonato, e anziché imparare dai propri errori, se ne nutre: così, proprio in questi giorni, "grazie" al rilancio del not-my-president Trump, l'incubo della bomba atomica torna a far tremare l'umanità.
Un disegno tutto da rispolverare, quindi, quello di Holtom, che in breve tempo divenne un emblema di riferimento per i movimenti pacifisti di tutto il pianeta. Come per ogni logo che si rispetti, il simbolo della Pace contiene il messaggio originale: nello specifico, qui il designer ha assemblato le lettere "N" (nuclear) e "D" (disarmament), traendole dall'alfabeto semaforico.


Nel corso del tempo, il desiderio di Pace si è manifestato (in alcuni casi meglio "incarnato") attraverso una varietà di forme d'espressione e declinazioni talmente ampia che è praticamente impossibile annoverarle tutte. A titolo d'esempio ne riporto solo alcune, tra le più significative.

"Embrace the Base": 30.000 donne si tengono per mano lungo i 10 Km. del perimetro di recinzione che circondano la base aerea Royal Air Force Fairford nel Berkshire, Inghilterra, per manifestare contro la destinazione d'uso a base missilistica americana. E' il 12 dicembre 1982. L'anno seguente la catena umana si ripete con 70.000 partecipanti, questa volta ambosessi, ad ampliare l'area di protesta: perimetro 23 Km. Altre dimostrazioni si susseguono negli anni a venire. Gli ultimi missili lasciano il campo nel 1991, a seguito del "Trattato sulle forze nucleari a medio raggio"; ma gli attivisti, reduci da azioni d'allontanamento e centinaia di arresti, insediati ostinatamente sul territorio ormai da tempo, continueranno a vigilare fino all'anno 2000, quando otterranno di potervi lasciare un'insegna in ricordo della loro battaglia.

"Il più grande evento di protesta nella storia umana": così fu definita la manifestazione coordinata del 15 febbraio 2003, che vide oltre 600 città in tutto il mondo opporsi alla imminente guerra in Iraq. La partecipazione più alta in assoluto si ebbe a Roma: la dimostrazione coinvolse circa tre milioni di persone, aggiudicandosi nell'anno successivo una voce nel Guinness dei Primati come il più grande raduno contro la guerra nella storia. Ma non fu abbastanza: un mese dopo gli USA si apprestavano ad invadere l'Iraq.

In chiusura, un balzo più indietro: alla guerra del Vietnam e ai... fiori. Era il 21 ottobre 1967, quando il fotografo americano Bernie Boston produsse lo scatto che riporto qui sopra, intitolato "Flower Power". La foto, che rese celebre il suo autore, ritrae un giovane "armato" di garofani in risposta ai fucili puntati contro, durante una manifestazione pacifista contro la guerra del Vietnam, a Washington, proprio davanti all'ingresso del Pentagono.
Questo scatto ha un gemello, e chissà chi sia nato prima. Stesso giorno e stesso luogo, un altro fotografo, il francese Marc Riboud, realizza una fotografia analoga, in cui il soggetto questa volta è una ragazza, e il fiore un crisantemo. Lo scatto, intitolato "La Fille à la fleur" (La ragazza con il fiore), lo troviamo anche sotto il titolo inglese "The Ultimate Confrontation: The Flower and the Bayonet" (Il confronto finale: il fiore e la baionetta). L'unico "difetto" che ha questa foto, rispetto alla precedente, è che risulta un po' troppo perfetta, sotto vari punti di vista. Carpe diem... o messa in scena? Giudicate voi, in ogni caso capolavoro resta.

Altre esternazioni in nome della Pace su questo blog:
QUI un breve monito interreligioso di Papa Francesco;
QUI il contributo di John Lennon e Yoko Ono;
QUI si incontrano i CCCP, Sandro Pertini e Fabrizio De Andrè;
QUI un mio racconto-denuncia;
QUI un altro mio racconto in cui il messaggio è affidato a un palloncino viola.

E con questo è tutto, per ora; ma quanto vorrei che fosse per sempre...

Bellis perennis a tutti!


DOC

sabato 18 febbraio 2017

Passo tre


Al passo con i tempi non significa che se la società degenera debba fare altrettanto io. O tu.

Partendo da questo mio postulato, prendo atto del trend della società odierna, e restituisco il rigurgito della digestione: in grandissima parte non mi ci rifletto, non lo condivido e non lo accetto. Preferisco stare "fuori dal tunnel", come direbbe Caparezza. Ovvero non dentro.

E chi non è dentro rischia l'emarginazione: «DOC è asociale», «E' antiquato», «Non capisce niente...». La partita si gioca quindi su terreni ostili, minati da un abominevole ricatto, a cui mai cederò. Non mi avrete: ne faccio un vanto tutto personale, per quanto condivisibile solo con poche anime, rispetto alla grande massa. Poche ma buone, a mio avviso; e costrette, loro malgrado, a destreggiarsi in un traffico da bollino rosso.

🔴 In risposta ai guai più o meno seri dei cittadini, la Tv ci offre un mostro rosso di nome Gabibbo supportato da una schiera di colleghi altrettanto trash, all'interno di una striscia pseudocomica polverizzata da spot pubblicitari; per non parlare dei surreali, sadici e paranoici servizi montati da "Chi l'ha visto?". Se il popolo ne è felice, e i dati sugli ascolti parlano chiaro, è perché non ha molte altre frecce all'arco per sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sui propri problemi, malgrado il voto e i pesanti contributi versati.
🔴 Le istituzioni, ringraziando i supplenti di cui sopra, si occupano di promuovere massicciamente il gioco d'azzardo, allestendo "salotti mentali" appositamente concepiti. Sulle pareti campeggiano scorci di vite da milionario, e non mancano comfort provenienti da altre attività esclusive, quali lo spaccio di sigarette e di superalcolici. Di tanta "grande bellezza" il popolo si riempie: si distrae, s'impoverisce, s'ammala; il business dei farmaci va a gonfie vele, l'elettore è vulnerabile, gioitene!
🔴 Un comico di professione (o di fatto) scaglia un "Vaffanculo" oltre i confini dell'indecenza, e... il popolo? Lo coglie al balzo e lo venera come la trovata più geniale del nuovo millennio: chiunque "può" finalmente mandare a quel paese chi gli pare, ed aspirare alla rispettiva poltrona. Sempreché abbia i contatti giusti nella propria rubrica telefonica.
Intuite le potenzialità del suddetto insulto, il moVimento ci dà dentro: si fregia dell'iniziale maiuscola, ufficializzata in occasione del primo "V-day", e il sasso lanciato genera uno tsunami, come dimostra l'orrendo banner qui postato, che appare in questi giorni anche su siti d'indiscussa serietà, compromettendola. Il riferimento mi pare più che palese, e non mi stupirei se scoprissi che anche gli introiti di questa pubblicità finiscono nelle tasche del noto comico-affarista.

Questo per restare in Italia, pescando a caso (non ho particolari antipatie, nè simpatie al momento) e senza neanche citare i mali peggiori. Ma anche a livello globale comincio a sentirmi piuttosto alieno, se non offeso. Lancio tre dadi e vediamo che vien fuori.

🔴 Google tratta tutti come bimbi scemi, attraverso i suoi pedanti, puerili e penosi doodle celebrativi, e non solo. Una vera ossessione per chi ci lavora assiduamente. Ma «porco qui e porco là» dico io, citando Cocco Bill di Jacovitti: ti sembra il luogo adatto per fare concorrenza a Peppa Pig? O almeno, ti costa tanto metterci una "X" nell'angolino, che ci permetta di chiuderli e non rivederli mai più fino alla mezzanotte?
🔴 Esibizionismo, protagonismo, gloria social: mai come in quest'epoca si è assistito alla ricerca di un qualunque palco su cui attirare l'attenzione, per debuttare da incompetenti, o da cui... buttarsi e crepare. Come accade a moltissimi base-jumper, che si lanciano nel vuoto da altezze vertiginose, solo per ottenere un quarto d'ora di notorietà e un po' di denaro dagli sponsor, e si spiaccicano al suolo alla velocità della luce. Go-Pro, produttore delle famose videocamere adatte agli sport estremi, continua a trasmettere spot pubblicitari con alcuni di questi testimonial, post-mortem-procurata. Carne sul piatto d'argento di impietosi trafficanti di tecnologie, mass-media macellai e social "badwork" (come qualcuno li ha già definiti) senza scrupoli. Doti e professionismo non sono particolarmente richiesti, l'importante è provarci, a raggiungere il successo. Nelle logiche perverse del talent e del reality si macina di tutto, e lo show è servito: davanti ai negozi Apple, dove una marea di appestati si riversa ogni 12 mesi per aggiudicarsi in fretta il nuovo modello di placebo-iPhone. Un gettone da mille euro, e la giostra si rimette in moto. E pensare che lo slogan preferito da Apple, per anni, è stato "Think different": da che pulpito viene la predica...
🔴 Wikipedia. Ebbene sì, persino la mia amata "enciclopedia libera" non sfugge ai vizi di discutibili tendenze, come ho recentemente scoperto. Ma questa è un'altra storia*, che racconterò in un post ad hoc, perché merita un approfondimento più accurato, al fine di poter divulgare - dati alla mano - le rovinose insidie che vi si celano, aldilà della dichiarata inaffidabilità.

Il tappeto rosso delle mode indotte proviene dal passato (quando l'iniziale maiuscola promotrice era una "B"), permea di abbagliante squallore morale il presente, e non mancherà di fagocitare il futuro verso cui si srotola pericolosamente. Che vogliamo fare?
Possiamo desistere. Aspettiamo comodamente che si esaurisca del tutto la nostra capacità di reazione, confidando che la cosiddetta "miglior vita" a cui siamo destinati sia veramente tale; una volta trapassati, lasciamo che i posteri maledicano le nostre anime, biasimandole per la sudicia prigione intellettuale e spirituale ricevuta in eredità (ammesso che saranno in grado di rendersene conto).
O possiamo resistere. Dirottare il timone è senz'altro più impegnativo, ma lo sforzo richiesto non supera quello insito nell'umano vivere, anzi, vi corrisponde. Decidere per sè, senza assecondare condizionamenti forzati e interessati, rientra nella normalità delle cose, e attiene alla vita stessa. La tua, la mia. Che rischiano di essere inscatolate e vendute ai discount come cibo per avvoltoi.

Uno e due scandiscono il nostro incedere; ma è il passo tre che ci predispone al volo, libera la nostra preziosità individuale, e - se ben sfruttato - potrà permetterci di guardare con orgoglio il mondo dall'alto. Un passo che non spetta alle gambe: per questo slancio dobbiamo affidarci ad un altro organo, il più creativo di cui disponiamo, ovvero quello più vicino al Cielo.


DOC


(*) Aggiornamento - Il post su Wikipedia a cui mi riferisco è stato poi pubblicato il 2 giugno 2017 e potete leggerlo cliccando QUI.

sabato 4 febbraio 2017

Il lancio del topo


Quanti di voi hanno letto almeno una volta Topolino? Bene, vedo 8 mani alzate su 3 lettori interrogati... E ora ditemi: avete mai letto la prima storia di Topolino apparsa nella Storia? ...Nessuno? Mi riferisco alla primissima avventura, apparsa originariamente in strisce sui quotidiani americani nel 1930, tra il 13 Gennaio e il 31 Marzo, e approdata in Italia il 30 Marzo dello stesso anno a partire dal N°29 di "Illustrazione del Popolo", supplemento illustrato del quotidiano torinese "La Gazzetta del Popolo":


Stiamo parlando dell'esordio assoluto di Topolino (e Minni, dalla sesta striscia) nel mondo dei fumetti, avvenuto appena due anni dopo la sua ideazione per il lancio dei cortometraggi d'animazione. Se la risposta è ancora no, eccomi a colmare - se vorrete - questa imperdonabile lacuna. Anche solo per curiosare (trovo ad es. deliziose le gag nelle 2/3 pagine finali, di nostalgica levità).

1) Chiudere il fastidioso banner pubblicitario centrato in basso cliccando esattamente sulla "X" nel suo angolo in alto a destra;
2) cliccare al centro per visualizzare a schermo intero;
3) per ingrandire/ridurre usare la lente in basso a sinistra;
4) per spostare bisogna trascinare;
5) per uscire premere "Esc" o cliccare sull'icona "Exit" in basso a destra.



DOC


In apertura: da Michele Rubino, storico illustratore, la copertina dell'Albo d'Oro che raccolse l'intera prima storia sotto il titolo "Topolino nell'isola misteriosa", pubblicato il 15 Maggio 1937.