martedì 1 agosto 2017

Spie come noi (prima visione assoluta)


Fin dalla notte dei tempi, e senza soluzione di continuità, l'approccio più immediato tra due estranei che si incrociano per la via è assicurato dallo sguardo occasionale. Interfaccia in comodato d'uso gratuito, l'occhiata - apparentemente distratta - mette in moto tutta una serie di processi mentali che del destinatario, in brevissimo tempo, ci consente di elaborare un profilo: grossolano, improvvisato e del tutto soggettivo, ma sufficiente a non farci cogliere impreparati.
A sguardo puntato, nel caso in cui l'incontro non sia dei più fortunati, un innato istinto di sopravvivenza induce infatti a prendere rapidamente delle contromisure, come abbassare subito gli occhi per non "sfidare" quelli altrui, accelerare il passo, mascherare la propria vulnerabilità, fino - alle brutte - a optare per un repentino cambio di direzione. Lo stesso vale al contrario, quando cioè intravediamo nelle iridi in avvicinamento qualcosa di particolarmente attraente: a quel punto il nostro animo si apre all'accoglienza, e se siamo abbastanza interessati e coraggiosi da voler approfondire, il corpo è pronto a manifestarlo attraverso opportuni segnali, a partire proprio da uno sguardo sostenuto, se non perfino ammiccante.


In realtà, tra il nero dell'incontro sgradito e il bianco del "colpo di fulmine", a farla da padrone, per casistica, è un'ampia gamma di sfumature di grigio. Sono decine, spesso centinaia le istantanee che ci scattiamo reciprocamente con gli occhi ogni giorno, ma la maggior parte di queste ci lascia pressoché indifferenti, tanto da non meritare traccia nella nostra memoria visiva. Tuttavia, anche la più insignificante scintilla concorre a formare la nostra esperienza globale, e - abituato per natura a catalogare meccanicamente qualsiasi cosa si offra alle percezioni - ciascuno di noi, durante la propria vita, tiene aggiornato un personalissimo prontuario di "etichette", utile a rendere i successivi confronti sempre più rapidi ed efficaci.


«Etichettare la gente ci separa», recita lo spot qui sopra; in effetti, la tentazione di scadere nella superficialità, o peggio nella grettezza del pregiudizio, è sempre in agguato. Fortunatamente, l'assortimento di elementi umani è talmente vasto da non lasciarsi inquadrare con tanta facilità; così una semplice passeggiata tra i nostri simili resta dignitosa, e anzi può rivelarsi un'intrigante avventura, se affrontata con adeguato spirito d'osservazione e innocente curiosità.
In quest'ottica, è buffo notare come ognuno adotti un metodo diverso e ben definito nel modulare il proprio contatto visivo con gli altri. Confezionato con il filo dell'esperienza di cui sopra, questo abito (dal latino habitus - modo di essere, disposizione d'animo) è destinato a diventare uno dei tratti più peculiari della nostra personalità.
C'è ad esempio la tipa altezzosa che indossa un patrimonio tra vestiti, gioielli e accessori, e che non ti degna di uno sguardo nemmeno se ti esibisci in un triplo salto mortale sotto i suoi occhi, salvo lanciarti una sprezzante sbirciatina di sbieco dallo spiraglio laterale degli occhialoni scuri, ma solo quando giunge spalla a spalla, così da non lasciarti il tempo di ricambiare, perché per lei sarebbe un affronto troppo oltraggioso da sopportare. Poco male, se pensiamo a quanto possa risultare imbarazzante - al contrario - essere sottoposti di prepotenza ad un esame pressante e sleale, quale ad esempio lo sguardo allupato di un maschiaccio seduto allo squallido bar di periferia, che qualsiasi anima femminile rientri nel suo campo visivo, fosse anche distante due isolati o al decimo piano del palazzo di fronte, la consuma sfacciatamente con gli occhi fino a farla scomparire (stessa sorte che la bocca riserva alla quinta birra, sbrodolandosi).


Stemperando i toni, un buon grado di civiltà fa sì che la stragrande maggioranza degli sguardi donati sia rispettosa, a patto di essere noi per primi a darci un contegno. Tanto diffuso quanto inoffensivo, è ad esempio l'atteggiamento omologato di chi - preso da mille pensieri e commissioni da sbrigare - inserisce il "pilota automatico": passo da Super Mario, un'occhiata a sinistra, una dove mette i piedi, una a destra, una a te che gli vai incontro (o al palo da scansare); e poi di nuovo sinistra, basso, destra, avanti... un ciclo che si ripete in un loop oculare praticamente infinito, atto a distribuire la stessa dose di attenzione a qualsiasi cosa, animale o persona si trovi nei paraggi, in modo da lasciare la testa più libera per altri scopi, ovvero diversamente impegnata.
Una minoranza fuori controllo - ma proprio per questo degna di nota - è rappresentata invece da chi ti fissa con ostinata insistenza (e relativo sgarbo, ma non ci è dato sapere se consapevole) senza lasciar trasparire il minimo indizio sul motivo di tale condotta, fino a costringerti a fare altrettanto, per cercare di capire se si tratti di una persona che hai conosciuto (ma che non stai ri-conoscendo); o ti chiedi se sei davvero così affascinante da meritare tanta attenzione da parte di quell'estraneo (ma peccato che lui/lei non sia mai il tipo che fa per te); oppure pensi di avere qualcosa che non va, tipo un dettaglio fuori posto o una mosca sul naso... E invece no: pare che il compito di questi alieni infiltrati nella società sia solo quello di appiccicarti un sottile disagio per il resto della giornata.


Rientrando alla base, se mettiamo da parte la forma e ci concentriamo un attimo sull'essenza, va ricordato che uno scambio di sguardi può trasformarsi in scambio di vedute, e successivamente evolvere in scambio di corpi, se non addirittura completarsi in uno scambio di vite. Prima che dei nostri genitori, siamo figli del loro primo sguardo: non meno prezioso del cibo, dell'acqua, e dell'ossigeno, quindi. Ma nell'epoca attuale, quello che in apertura ho definito come la più antica, immediata e diffusa forma di socializzazione tra due estranei, per la prima volta soffre una fase di oscuramento.
La minaccia viene dal dilagante fenomeno battezzato "smartphone walkers": etichetta che identifica quanti, camminando a occhi bassi e mente rapita, si lasciano "trasportare" unicamente dal display del cellulare. Prassi in costante aumento, così come il numero degli incidenti che ne deriva: non a caso, in Olanda stanno sperimentando un'apposita segnaletica luminosa pedonale, mentre a Honolulu il sindaco è corso recentemente ai ripari emettendo una serie di divieti con relative sanzioni, e c'è da aspettarsi che altri suoi colleghi prendano esempio. Di fronte a un trend a cui ci si può solo arrendere, si tenta insomma di limitare i risvolti maggiormente nocivi.
Tornando a noi, a risentirne più in generale è il contatto umano, fisico, in questo caso per l'appunto visivo: un'alchimia, una poesia, una magia tanto complessa quanto indispensabile, che riconduce direttamente al Creato e che nessuna tecnologia al mondo sarà mai in grado di rimpiazzare o di riprodurr... Ehm, scusate l'interruzione, ma devo lasciarvi: mi chiamano in videochat. Ho aggiornato l'app con le nuove funzionalità emozionali e non vedo l'ora di provarle... Magari ne riparliamo, okay? Non perdiamoci di vista!


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